Digressione

diario di cronaca ai confini di un confine

Oggi è il terzo giorno qui a Subotica, tranquilla cittadina della Vojvodina, ai confini tra Serbia e Ungheria. Sveglia presto, l’orologio segna le 8.30 quando siamo già in macchina con destinazione Horgos, ultimo avamposto in territorio serbo prima della frontiera/fortezza Europa.

missione serbia

La gente è triplicata numericamente rispetto al primo giorno; le frontiere non sono state più riaperte dalla mezzanotte della giornata precedente e una grande folla di uomini, donne e bambini aspetta con anzia un segno, il momento propizio per passare l’ennesimo confine.

Lo scenario che si apre davanti ai nostri occhi è una realta difficile da osservare che non può lasciarti indifferenti; un confine trasformato in un improvvisato campo profughi. Tende, cumuli di vestiti e cibo sparso ovunque, persone in strada in cerca di acqua, cibo, informazioni o forse semplicemente di contatto con visi rassicuranti che non siano quello di poliziotti armati.

Sono con Joe, il nostro mediatore siriano, e ci accostiamo alla gente chiedendo loro da dove vengono, di cosa hanno bisogno e quali sono le loro destinazioni che desiderano raggiungere. Intorno a me bambini che giocano ad acchiapparsi e si rincorrono tra la folla che ogni tanto si forma a seguito di distribuzione di cibo e vestiario. La gente qui è a maggioranza di origine siriana e afgana ma si vedono adesso anche piccoli gruppi di somali e curdo-iracheni. Tra loro tanti giovani, molti avranno poco meno della mia età, sembrano in gita ma in realtà stanno scappando da una guerra che loro non vogliono vivere ne tantomeno combattere.

Parlo con Abdnouri, un ragazzo siriano che ha 30 anni e parla un inglese stentato. E’ qui in attesa di capire se il confine verrà aperto ma ha tanta voglia di raggiungere i fratelli e la sorella in Olanda. Mi racconta che ha lasciato un’altra sorella in un villaggio non lontano da Damasco. Troppo lungo, troppo pericoloso il viaggio mi dice, preferisce farla arrivare in un’altra maniera, meno rischioso e anche meno costoso. Eppure in questo viaggio ci sono tante donne, con diversi figli sulle spalle o come Hamida che è addirittura in stato interessante e sta tutto il giorno dentro la tenda in attesa che il confine venga riaperto e possa proseguire il suo viaggio con destinazione Germania. Al campo c’è bisogno di beni di prima necessità, indispensabili alla sopravvivenza umana, ma anche di cose che usiamo ogni giorno in maniera automatica, come i caricabatterie, fondamentali per comunicare con i familiari.

Arriva il momento della distribuzione di kit, c’è tanta gente e c’è bisogno di ordine in questi momenti. Divento l’addetto al servizio di ordine e di smistamento per la fila; una è, infatti, riservata a donne e bambini mentre l’altra è solo per gli uomini. Non è facile gestire tali situazioni; la fame e la voglia di accaparrarsi anche solo un pezzo di pane diventa spesso motivo di risse e colluttazioni. Riesco ad instaurare una comunicazione di base con alcuni ragazzi afgani che sono in fila e li richiamo all’ordine con un sorriso. Sono interessati al mio badge, forse incuriositi dalla mia foto o forse solamente scoprire da quale parte del mondo appartiene la mia faccia, a quale nazionalità essere associato, magari a quella che loro ogni momento sognano di raggiungere. Non parlano molto l’inglese, si aiutano fra di loro nelle domande che porgo con sana curiosità; hanno dai 18 ai 22 anni, ma alcuni ne mostrano anche un paio di meno; mi chiedono se è meglio la Germania o la Svezia, mi chiedono informazioni sul cibo che riceveranno e se i confini saranno riaperti a breve. La fila scorre davanti a me, molte delle loro domande resteranno probabilmente senza risposta in quanto la situazione cambia in modo repentino come il numero delle persone che arrivano in questo campo improvvisato.

Finisce la distribuzione, molti hanno un sorriso tirato e soddisfatto nell’avere raggiunto l’obiettivo altri, invece, chiedono ancora qualcosa ma non è rimasto nient’altro che sacchetti vuoti. Non è facile calcolare quante persone puoi raggiungere, il numero è molto variabile ed indefinibile.

Non resta che darci un arrivederci alla prossima volta con la speranza che probabilmente queste persone avranno raggiunto il loro obiettivo di aver passato l’ennesima frontiera del loro interminabile viaggio fatto, con il loro unico mezzo messo a loro disposizione; la speranza, quella che li ha portati ad oltrepassare Paesi fino ad allora, a molti, sconosciuti.

Diario di Bordo…parte prima – La Serbia, Belgrado e la Vojvodina

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Dal mio diario di bordo…..VIAGGIO NEI BALCANI OCCIDENTALI – AGOSTO 2014

Ore 17.00…..ho già smesso di contare… il mio count-down è appena terminato e ho frettolosamente apposto la mia bella (X) sul giorno prestabilito che è ben evidenziato sul mio calendario. Come ogni conto alla rovescia che si rispetti, le emozioni, le MIE, sono contrastanti e mi batte forte il cuore, come se fosse la prima volta. Già la prima volta….ancora me la ricordo molto bene.

Oggi è l’11 Agosto, fa caldo ma non troppo. Seduto sul letto, poi disteso e ancora poi davanti al mio pc, immancabilmente su Facebook, cercando di tallonare ogni minuto, ogni secondo, ogni attimo. Mi alzo e mi muovo nervosamente nella mia piccola “cella” e sono tanto, troppo impaziente; sto per realizzare il mio secondo viaggio in solitaria nei miei amatissimi Balcani e stavolta sento che sarà per me ancor di più un’avventura indimenticabile, un’esperienza che mi renderà più forte e sicuro di me. Un viaggio che dovrebbe durare (lo spero per me) il più possibile, tra i 10 e i 13 giorni, attraversando tre Paesi stupendi e già dentro sento quel fremito adrenalinico, che solo chi ama davvero qualcosa o qualcuno ha, tipico di chi è impaziente di andare e sognarne ogni singolo momento….Il mio un sentimento unico; misto tra amore puro e vera follia.

Ore 20.30 Ecco si parte; volo senza ritardo, destinazione Belgrado, tutto alla perfezione. Mi innervosisce un pò la signora dall’altra parte della fila in aereo, che ha una fifa enorme durante il decollo. La guardo, mi fa un pò di tenerezza, Le sorrido con fare sicuro come per dirle <> e mi giro verso il finestrino sognando…la Serbia.

In aereo si sa, c’è chi dorme, c’è chi piange (i bambini non mancano mai), chi si rilassa ascoltando musica e chi invece, come me, che col mio fare si “intrattiene” e intrattiene la coppia di fidanzati accanto a me. I nostri discorsi sono ovviamente incentrati sulla nostra destinazione, raccontandogli tutto quello che so e conosco dei Balcani…ovviamente una discussione durata tutto il viaggio, un’ora e mezza circa.

21.55 atterraggio completato, arrivo a Belgrado e mi avvio verso i controlli come di consueto. Ecco la mia prima amarezza (ma fortunatamente sarà l’unica); mi accingo davanti al controllo passaporti, io figo come al solito mostro il mio, orgoglioso di tutti i miei timbri che rappresentano la geografia del mio cammino e…la poliziotta serba alla dogana mi guarda con occhi severi e mi contesta tutti i timbri del Kosovo guardandomi minacciosa e rivolta alla collega lo sventola nervosamente. Pensavo la storia fosse cambiata e invece ecco qua…in aeroporto sono ancora rimasti un pò troppo…..nazionalisti!Evito di fare problemi, il mio atteggiamento è fare spallucce….e…”chiarito l’equivoco” passo (un pò incazzato lo ammetto) verso l’uscita. Infastidito guardo avanti e cerco il modo per arrivare all’ostello dove mi aspetta una notte all’Arkabarka, un carinissimo ostello sul fiume Danubio, in pratica una casa galleggiante con vista parco dove in quei giorni si svolgerà il Belgrade Beer Festival.

Ore 22.30 sono in autobus e grazie ad un ragazzo italiano che conosce Belgrado abbastanza bene mi indica la fermata più vicina che mi porterà all’ostello. Durante quel percorso che mi porta all’ostello, ben tre persone mi aiutano a trovare il sito e vengo perfino scortato da un ragazzone, ovviamente con la passione per il calcio e la cultura italiana, fino all’ingresso. Faccio il check-in, prendo confidenza con il personale e la mia stanza e realizzo….sono a BELGRADO per la terza volta nella mi vita dopo quella del 2011, 2012 e adesso…2014.

Ore 23.10 esco perchè ho una fame incredibile, fermo un taxi e dopo la solita chiaccherata sull’Italia, il calcio e la Serbia arrivo nel quartiere più chic di Belgrado, SKADARLIJA. Belgrado è una capitale con fascino balcanico,piena di giovani, tanti posti di ritrovo, discoteche, bar(sopratutto sui barconi ancorati sulla Sava e sul Danubio) e un divertimento assicurato!!Il quartiere bohemienne di Skadarlija, risulta pieno di kafane(caffetterie sarebbe la traduzione ma in realtà sono delle trattorie), bar con artisti di strada e musica rom che riecheggia tutt’intorno. La via principale del quartiere, Boulevar Despota Stefana, si estende per circa un chilometro. Quasi all’ inizio si trova la Fontana di Skadarlija con tre bassorilievi raffiguranti volti di donne , dalla bocca di quella al centro esce acqua potabile. Proseguendo s’incontra il Monumento a Dura Jaksic poeta e pittore serbo, posizionato proprio davanti a sua casa. Poco più in giù l’ex burrificio Bajloni. Le sue facciate sono affrescate da una serie di dipinti murali.

Ore 1.15 della notte….dopo essermi abbuffato di carne, come al mio solito, bevuto un bel boccale di birra e concluso con l’immancabile rakija alla pera ho preso la via del ritorno verso l’ostello, consapevole che il giorno seguente avrei lasciato la capitale serba per andare al nord, in Vojvodina, precisamente a Subotica.
Ma evidentemente non avevo fatto i calcoli con l’ospitalità balcanica….Enjoy the night, questo il let-motiv che mi ha fatto andare a letto alle 3 passate, bevendo birra (Jelen Pivo)e ascoltando musica turbo-folk a tutto spiano.

Morire per una mina a 10 anni in Bosnia-Erzegovina

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Oggi siamo perennemente soggetti ad un “bombardamento” comunicativo che avviene ad ogni ora del giorno e della notte. Accendendo per un attimo la TV di casa sai ormai che i telegiornali, i talk-show e i programmi di approfondimento, se così tali possono essere definiti, non parleranno altro che dei soliti dibattiti che riguardano la politica e l’economia di questo Paese ridotto in stato comatoso da più di un ventennio. Ciò che fa male però è il totale disinteresse per i danni che la nostra politica e gli interessi connessi intorno ad essa che ha prodotto altrove e non solo all’interno della nostra amata penisola.

Pochi giorni or sono mi sono imbattuto in un terribile articolo pubblicato sul sito www.balcanicaucaso.org dal titolo “Morire per una mina, 20 anni dopo la guerra“. Già la guerra, un argomento cruento, scottante e sconcertante che ancora oggi domina imponente la scena nel panorama delle notizie quotidiane e di cui ne vorremmo fare a meno di sentirne parlare se si eccettua chi ha interesse a foraggiarla. La Bosnia Erzegovina è un posto di rara bellezza e per chi non ha avuto la fortuna ed il piacere di poterne assaporare i profumi e le pietanze non può nemmeno immaginare le profonde ferite che essa nasconde. A distanza di vent’anni dal conflitto che cosa ricordiamo di questo posto? Forse, i più lucidi, ricorderanno qualche scena classica di guerra costellata da lanciamissili e granate, mentre i più istruiti avranno un ricordo più vivo e che alle immagini di guerra aggiungerà qualcosa in più. Non è di quello che è successo in quegli anni che voglio parlare ma di quello che non è successo dopo su cui è importante focalizzarsi; il 4 gennaio appena passato muore, a soli 10 anni appunto, Sejdo un bambino meno fortunato dei nostri che, invece di starsene a casa a giocare alla play-station con gli amici come fanno i nostri bambini, stava aiutando il padre a raccogliere dei rottami ferrosi necessari a racimolare qualche marco convertibile (il KM ossia la moneta bosniaca) per la sopravvivenza. La Bosnia è un posto di rara bellezza che l’uomo ha violentato piantando sul suo territorio mine anti-uomo che ancora tutt’oggi resistono e restano in una quantità impressionante (circa 250.000) coprendo quasi il 70% della superficie totale. Un prezzo troppo caro che ancora oggi la popolazione sta pagando e che, seppur a conoscenza della loro esistenza attraverso la mappatura delle zone minate, non può sfruttare tale territorio negandogli così un diritto per l’utilizzo di quel bene comune. Ma in tutto questo che c’entra l’Italia e la nostra becera politica?L’Italia è stata tra i principali produttori di mine antiuomo fino al 1997 quando attraverso una legge la 374 del 97 ne è stata proibita la produzione ed avendo in seguito aderito e firmato il Trattato di Ottawa che è una Convenzione internazionale per la proibizione dell’uso, stoccaggio, produzione, vendita di mine antiuomo e relativa distruzione. Ci siamo svegliati troppo tardi, il danno fatto ha prodotto effetti non solo sul momento che ha distrutto le generazioni dell’epoca ma ne stanno pagando le conseguenze anche le generazioni future che la guerra non l’hanno vissuto e che invece la stanno vivendo sulla propria pelle a causa di altri…E poi mi viene da pensare…troppo da pensare che un giorno anche mio figlio potrebbe saltare su una mina che qualcuno da un Paese democratico e che sventola il vessillo della pace ha venduto e perdere nel migliore dei casi una gamba o nel peggiore la propria vita… 

Gaetano Nardone 28.01.2014

 

Citazione

Sarajevo ljubavi moja…

sarajevo“Sarajevo ljubavi moja” è e rappresenta, nell’immaginario collettivo, la canzone simbolo di una città eroica che ha subito l’assedio più lungo della storia moderna. Cantata dall’italo-bosniaco Kemal Monteno, autore e cantautore d’altri tempi, Sarajevo ljubavi moja (Sarajevo amore mio) esprime il tributo d’amore per la sua città martoriata da una guerra per molti versi assurda ma per lo più inevitabile.

Questa canzone è stata la mia colonna sonora nei miei viaggi in Bosnia e che ascoltata in quei luoghi ha un sapore del tutto diverso da proiettarti in un’altra epoca, in un’atmosfera quasi surreale, se solo si lascia liberamente andare la propria mente immaginando i giorni dell’assedio. Purtroppo non è stato solo un brutto sogno o forse…si. Sarajevo in quel conflitto, che ha coinvolto quasi tutte le “ex sorelle jugoslave”, ha perso tanto; non solo tanti suoi concittadini che hanno sfidato le pallottole dei cecchini per un pezzo di pane ma anche un grande pezzo della sua storia e della sua cultura. Già la sua cultura spazzata via in un lampo da un bieco e virulento nazionalismo che ha distrutto uno dei suoi gioielli, se non il suo gioiello per eccellenza, la Biblioteca nazionale Vijecnica, crollata sotto i colpi di granate e cannoni dell’esercito serbo-bosniaco mandando in rovina un patrimonio mondiale di valore inestimabile. La corsa/rincorsa alla sua ricostruzione è avvenuta negli anni subito dopo la guerra e pochi giorni fa ho letto la notizia che probabilmente la sua ultimazione ed apertura avverrà verso la primavera del prossimo anno. Mi chiedo se questo possa essere un segnale e allo stesso tempo uno stimolo per questo Paese bello ma sfortunato, abbandonato al suo destino e profondamente diviso da conflitti forse atavici ma anche accentuati dal recente conflitto. Eppure per la Bosnia Erzegovina spero in un futuro migliore e prospero perchè lo merita, perchè la Bosnia era e rappresentava la Jugoslavia nella Jugoslavia, quella osannata e costruita non con pochi sforzi e sofferenze dai partigiani e da Tito. Oggi la Bosnia è un Paese che annaspa, con mille problemi, con tanti giovani che hanno perso ogni speranza e con la diaspora che non riesce dare quello stimolo in più per uscire da una situazione che ha gettato il Paese in una crisi economica politica ma anche sociale e culturale.

Vedremo la Bosnia ai prossimi Mondiali di calcio in Brasile, qualificazione storica per un Paese diventato indipendente da poco meno di vent’anni ma che dentro se ha una gran voglia di riscatto sociale e culturale e che forse attraverso questa manifestazione calcistica può per un attimo far ritornare accesi i riflettori su un posto talmente bello quanto dimenticato una volta spenti i fari del conflitto…

IN KOSOVO: VITA DA EVS, Servizio Volontario Europeo

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Partire o restare in Italia e cercare l’ennesimo stage, possibilmente non retribuito come spesso accade in questi ultimi anni? Il Kosovo mi stava chiamando da tempo e attendeva ormai solo me. La prima volta non era andata bene, per poco non fui selezionato e di li a poco arrivò la seconda chance; un’occasione che, alla soglia dei miei 29 anni, non poteva esser lasciata cadere nel vuoto. Ho accettato così di rimettermi in gioco e di provare, dopo tanti anni di studio e sacrifici fatti, una nuova sfida scegliendo di candidarmi per un progetto di volontariato europeo proprio in Kosovo, quella lingua di terra uscita da una tragica guerra da poco più di dieci anni. I motivi della mia candidatura? Sicuramente ritornare nei Balcani, posto in cui ero stato nel 2009 avendo avuto l’opportunità di conoscere questi luoghi attraverso l’esperienza di stage Mae – Crui in Macedonia. Il secondo motivo, ma non per questo meno importante, riguardava la qualità del progetto che prevedeva tutta una serie di attività con i giovani del luogo e che mi stimolava molto essendo stato io un ex insegnante e tutto ciò diventava per me una sfida da affrontare però in un contesto geografico diverso. Il Kosovo diventa così il mio terzo Paese in cui mi fregio di aver vissuto, dopo quello patrio e quello macedone. Scoprirlo così, giorno dopo giorno, nella sua intera bellezza paesaggistica, immerso tra metri e metri di neve e vivendolo allo stesso tempo anche con i suoi mille problemi quotidiani, tra lunghe pause accompagnate dall’antica tradizione sorseggiando il caffè turco o il çaj(tè) a seconda dei propri gusti è stata un’esperienza unica. E come dimenticare, poi, tutte quelle lunghe chiacchierate con gente appena conosciuta (o spesso sconosciuta) in strada o al bar; occasioni che oggi, nella frenetica routine quotidiana, raramente riusciamo a cogliere ed apprezzare. Klina è il luogo dove si svolgerà il progetto e che ci accoglierà per sei mesi; è un villaggio a una trentina di kilometri dalla più conosciuta Peja/Pec, un paesino con una buona percentuale di cattolici in un Paese, il Kosovo, a forte maggioranza musulmana, in cui è difficile perdersi e dove, soprattutto, passare inosservati è praticamente impossibile. Insegnare l’italiano diventa la mia principale attività dentro e fuori il centro; nonostante vecchie e nuove lingue siano salite alla ribalta (tra le nuove oggi emergono il turco e lo spagnolo), l’italiano ha sempre il suo forte appeal tra le vecchie ma anche tra le nuove generazioni, probabilmente influenzate dal gioco del calcio. In questi sei mesi di permanenza in Kosovo ho avuto un buon numero di studenti e studentesse tra i 12 e i 18 anni tutti comunque ugualmente vogliosi, seppur per interesse diverso, di apprendere il più possibile quella lingua spesso ascoltata ed apprezzata attraverso il tubo catodico. Quella scritta o meglio quelle scritte contro la missione EU-lex dell’Unione europea che campeggiano ovunque con slogan del tipo “Jo negociata” (no al negoziato) e principalmente sdoganate dal partito nazionalista Vetevendosje sono presenti in ogni angolo del Paese, anche il più remoto e lontano, insieme a tutti quei monumenti che celebrano i combattenti dell’Uck. La lotta dell’Uck (Ushtria Çlirimtare e Kosovës) è ancora viva nei ricordi della gente e ben visibile ai loro occhi, rafforzando quel forte senso di identità albanese che in Kosovo ha un significato particolare e molto sentito soprattutto dai giovani. La scritta mire se vini che mi accoglie all’ingresso in aeroporto ha un effetto strano nella mia mente e solo dopo un paio di minuti ci faccio l’abitudine; giusto il tempo di scambiare quattro chiacchiere sull’argomento più diffuso, il calcio, con il poliziotto addetto al controllo passaporti e il mio ingresso in Kosovo è fatto. Ad accogliermi, oltre a Vitore, la manager del centro giovanile con la quale trascorrerò i miei sei mesi di volontario EVS, c’è una fitta neve bianca e che solo dopo una settimana si trasformerà nella più intensa mai vista dalla fine degli anni ’80. L’inizio non sembra quindi essere dei migliori con il termometro che segna i – 17°C e con la neve che sfiora il metro e mezzo di altezza, così tanta, da impedire a tratti anche di mettere fuori il proprio naso dall’uscio di casa. In compenso però l’ambiente umano è sensazionale; i vicini, la gente che popola i bar e i locali pieni di fumo e profumo di burek e cebapi (cibo abbastanza diffuso nei Balcani), i ragazzi e le ragazze che frequentano il centro giovanile sono sin dall’inizio, nonostante la timidezza reciproca, fantasticamente accoglienti e lo saranno fino alla fine. Il volto dei ragazzi che frequentano il centro giovanile è fatto di sguardi curiosi ed imbarazzati ma ben presto, infatti, quella timidezza si trasformerà in spavalderia come se fossi lì con loro da sempre; pronto a rappresentare ai loro occhi, come ogni internazionale che si rispetti, la possibilità di poter sfiorare un giorno, anche solo con una minima illusione, quell’eldorado che per tutti è l’Italia e l’Europa. Una speranza che spesso molti coltivano e come dargli torto d’altronde, vista la situazione interna, ma che sin da subito io e Chiara spezziamo, spiegando come in Italia la situazione per i giovani, ed in generale per tutti, non sia così rosea come si vuol far credere o si pensi. Questa esperienza mi ha portato poi a visitare ed ammirare luoghi unici ed interessanti; d’altronde trovandoci al centro dei Balcani non può sfuggirti di mano la possibilità di passare dal mare della splendida costa montenegrina alle montagne della Stara Planina ai confini di Serbia e Bulgaria. E come dimenticare poi le capitali dell’ex Jugoslavia, dalla multi – etnica e multi – religiosa Sarajevo alla maestosa e immortale Belgrado passando per l’ambiziosa Macedonia e trascorrendo una Pasqua insolita nell’elegante città termale di Sofia. Andando a fondo su quella che è stata la mia personale esperienza è che, forse pochi sanno, cosa e’ e cosa rappresenta veramente il valore dell’aiuto, oggi quasi scomparso, in una società globale, la nostra società, dove l’individualismo e il consumismo sono le uniche aspirazioni possibili per una piena realizzazione personale. Quello che è stato il mio contributo della mia esperienza in Kosovo ancora non sono riuscito a quantificarlo nonostante siano passati già diversi mesi dal mio ritorno ma quello che mi sento sicuramente di poter dire è di aver lasciato la mia voglia di ascoltare, di capire e forse cambiare ciò che non sempre è stato ascoltato, capito e forse anche cambiato. Ci sono ancora troppi pregiudizi, specialmente sul passato, che a mio modesto parere non bisogna foraggiare o modellare politicamente come spesso si fa ma ripartire dagli errori e costruire un futuro migliore e di prospettiva per tutti. Ciò che appare chiaro è che la situazione in Kosovo, apparentemente tranquilla, non è del tutto chiara soprattutto a livello politico. C’è chi spera un giorno nell’Europa e c’è chi invece preferisce rafforzare lo status quo di questo neonato Stato all’interno del vecchio continente. E mentre i giovani sognano un futuro a stelle, che siano europee o americane poco importa, la politica locale annaspa tra corruzione, controllo esterno e problemi di vicinato. In conclusione ciò che ho potuto vedere ed ammirare è stata la gran voglia di fare che hanno i giovani locali e che le barriere culturali, politiche e sociali che sono ben solide tra loro si sgretolano non appena vengono proiettati in un contesto neutro e neutrale dimostrando che alla fine anche loro non vogliono essere esclusi ma sentirsi protagonisti di un nuovo processo culturale che dovrà per forza culminare in un comune senso di appartenenza europeo.

Il dialogo tra Serbia e Kosovo sulla questione delle gestione integrata dei confini nei valichi: le proteste dei serbi del Kosovo settentrionale ma l’accordo è fatto.

Kosovo e Serbia: tra passato, presente e futuro

La guerra ha lasciato segni profondi e marcati che ancora a tutt’oggi sono ben visibili soprattutto agli occhi e nel cuore della gente. A tredici anni dalla fine del conflitto, conclusosi con i bombardamenti Nato in Serbia, la situazione in Kosovo è tornata alla normalità o quasi, soprattutto dopo la proclamazione d’indipendenza avvenuta nel 2008 e rivendicata con orgoglio da chi, dopo anni sofferti, aveva lottato per ottenerla. Da quel 17 febbraio 2008 “solo” 96 Stati su 193 lo hanno riconosciuto mentre ad opporsi al suo nuovo status, oltre ovviamente alla Serbia, importanti paesi come Russia e Cina insieme a cinque dei 27 attuali membri dell’Ue quali Spagna, Slovacchia, Cipro, Romania e Grecia. In questa situazione di stallo tra riconoscimento formale da parte di alcuni Stati e quindi non di un riconoscimento plenario mette in pericolo non solo la stabilizzazione dei Balcani come macro-area regionale ma evidenzia che ancora grandi problemi restano da risolvere. Paesi come Bosnia e Kosovo, usciti da una guerra devastante e sanguinosa, si trovano a dover fare i conti non solo con i processi di democratizzazione politica ed economica ma con quello che è diventata la gestione delle minoranze, in special modo quella serba, che spesso non godono della dovuta tutela che è la garanzia del corretto processo di formazione e di funzionamento dello stato.ImmagineCiò che il futuro preserva a Kosovo e Serbia dipenderà molto da quello che sarà la posta in palio che giocoforza l’Europa dovrà garantirgli e da quei compromessi e/o interessi che deriveranno da accordi presenti e futuri. Insomma chi vorrà agganciare nel medio termine il treno per l’Europa dovrà per forza accantonare sentimenti nazionalistici e guardare a qualcosa di più concreto. Intanto il dialogo promosso dall’Ue e sostenuto con forza dagli Stati Uniti progettato per la normalizzazione delle relazioni tra le due parti è iniziato ufficialmente nel marzo 2011 e ha finora prodotto ben 7 accordi; peccato che nessuno di loro sia stato ancora pienamente attuato.

L’incontro a Bruxelles tra Dacic e Thaci

Il premier serbo e quello kosovaro, rispettivamente Ivica Dacic e Hashim Thaci, si sono incontrati lo scorso 4 dicembre – ed è già la terza volta nel giro di un mese – a Bruxelles, convocati dall’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza nonché capo della diplomazia dell’Ue, Catherine Ashton. Dal mese di ottobre si sta cercando infatti, attraverso la mediazione dell’Alto rappresentante, di intensificare i colloqui con i due Primi Ministri che si stanno sforzando di compiere dei passi decisivi e dare un forte imprinting ad una delle tante questioni, in modo tale da avvicinare sempre più Belgrado all’Europa e togliere pian piano tutti gli ostacoli politici ed economici che ne ostacolano il suo ingresso. Ciò che si aspetta Belgrado da questo incontro è riuscire ad influenzare positivamente il suo cammino di integrazione e di avvicinamento all’Ue, una decisione che dovrebbe essere presa a breve dal Consiglio europeo e far partire così l’inizio dei negoziati della Serbia con Bruxelles. Per Atifete Jahjaga, Presidente del Kosovo, questo accordo garantisce la stabilità ad entrambi gli stati e rafforza lo stato di diritto in prossimità della frontiera e rafforza ulteriormente il processo di normalizzazione dei rapporti e delle relazioni interstatali tra Kosovo e Serbia.

La decisione dell’attuazione dell’accordo e i problemi di ordine politico

Nel corso di questi mesi una nuova partita si è inserita nel già non facile dialogo tra Belgrado e Pristina, ossia, quella della stabilizzazione dei confini e dell’attuazione del regime integrato di controllo (Integrated Border Management) della frontiera del nord del Kosovo. Ciò che al momento appare irrisolto non sembra tanto essere la risoluzione politica della questione del confine che la Serbia non riconosce ma il problema verte in realtà su chi dovrebbe incassare gli introiti doganali accumulati ai varchi tra la Serbia e il Kosovo meridionale che Belgrado considera ancora appunto come suo, rivendicandone la continuità territoriale. È quanto in realtà afferma Dejan Pavicevic, capo del team negoziale serbo, che aggiunge che la Serbia non è intenzionata a cedere parte del suo territorio. D’altronde i serbi non riconoscono l’indipendenza di Pristina e non accettano che il Kosovo e l’establishment politico che ne è seguito dopo la guerra, utilizzi simboli statali e di sovranità quali confini, documenti e timbri che non siano riconducibili alla Serbia. Tale accordo è però entrato in vigore ieri nonostante i serbi che vivono nella parte del Kosovo settentrionale si siano opposti in questi giorni all’accordo preso dai due governi perché ritengono che ciò possa equivalere ad un tacito riconoscimento dello status di Pristina. Quello che rivendicano i serbi del Kosovo sono specifiche garanzie tra le quali quello inerente i proventi incassati dai dazi doganali e che siano direttamente destinati alle municipalità serbe dell’area. Principale sostenitore di questa battaglia Krstimir Pantic, primo cittadino di Kosovska Mitrovica, città divisa in due in parte albanese e parte serba dal fiume Ibar, che annuncia azioni di disobbedienza civile in caso di mancato rispetto delle richieste da loro perorate. Lo stesso Pantic afferma che, i relativi check-point annessi alla linea di demarcazione e non di confine, come viene definita dai serbi, non devono assolutamente diventare e trasformarsi in una frontiera vera e propria.

Proteste e i termini dell’accordo con le sue ripercussioni

Nel frattempo, infatti, c’è stata la protesta al valico di Jarinje, nel Kosovo settentrionale, dove i serbi del nord hanno minacciato ed attuato in seguito disordini rallentando i lavori di costruzione delle strutture attraverso blocchi stradali e barricate. Circa un centinaio di persone si sono radunate presso il valico, in quella che viene definita come la terra di nessuno, inscenando una simbolica protesta che ha portato però anche a qualche danno alle strutture e ad un sostanziale rallentamento dei lavori registrate dalle autorità locali. Nonostante quattro giorni di proteste abbiano rallentato i lavori di allestimento delle strutture, il valico amministrativo di Jarinje è stato aperto ieri e anche se non tutte le opere sono state del tutto completate è diventato operativo sotto gli sguardi attenti e vigili di K-for e della missione Ue Eulex. Soddisfazione espressa intanto da parte della Ashton, l’Alto rappresentante Ue, che ha salutato come un successo l’apertura nei tempi previsti di due valichi di Jarinje (nord del Kosovo) e Merdare (est) e che la gestione integrata delle frontiere dovrebbe coinvolgere entro la fine dell’anno altri due valichi.

L’accordo raggiunto: prospettive presenti e future

Raggiunto il 22 maggio scorso, l’accordo finale firmato dal premier serbo Ivica Dacic e dal premier kosovaro Hashim Thaci apre le porte dell’Europa a entrambi i Paesi; incredibilmente vicina alla prima (Serbia), con la consegna della data di avvio dei negoziati verso la fine di giugno e la prospettiva di un adesione reale per il secondo (Kosovo) essendo già inserito da diverso tempo negli accordi ASA (Accordi di Stabilizzazione e Associazione) dell’Ue. Dopo le svariate ed acute proteste dei serbi del Kosovo adesso, dopo la conclusione dell’accordo hanno espresso una più ampia moderazione facendo così cadere l’ultimo e forse vero ostacolo alla sua applicazione. D’altronde, ormai, ciò che ha fatto intendere il Governo di Dacic, con il benestare del Presidente Nikolic, è l’inequivocabile direzione presa dalla Serbia ossia la sua inevitabile strada che conduce all’eurointegrazione sconfessando così l’intera campagna elettorale contro il precedente Tadic fatta a suon di colpi a difesa del nazionalismo serbo. Il 28 giugno sembra quindi essere la data decisa dalla Commissione europea per l’avvio dei negoziati di adesione. Una coincidenza? Forse non proprio ma sta di fatto che il 28 giugno è una data storica per il popolo serbo che si alimenta e si perpetua nel e dal passato. Sarà una data storica anche quella del prossimo 28 giugno? Sicuramente se la Serbia vorrà riscrivere la propria storia e guardare al futuro con una prospettiva nuova di realpolitik non potrà altro che applicare e rispettare l’accordo.

Macedonia, tra natura, storia e un bicchiere di rakia di Gaetano Nardone.

Sono arrivato qui per la prima volta nel settembre 2009 ma, da quella prima volta, questa bellissima ma fragile terra, la Macedonia, e’ diventata la mia seconda patria entrando profondamente dentro il mio cuore.
I luoghi che possiede questo lembo di terra, al centro della penisola balcanica, sono splendidi sotto ogni punto di vista, naturale e culturale.
Ci sono luoghi qui che con la loro rara bellezza ti lasciano senza fiato: su tutti, il canyon Matka a mezz’ora di strada dalla capitale Skopje, la bellissima citta’ di Ocrida adagiata sul lago omonimo, Bitola la citta’ dei consoli come era soprannominata anticamente, il parco nazionale del Pelister situato tra la valle di Prespa e quella di Pelagonia al confine con la Grecia.
La gente del posto e’ calorosa ed amichevole ed e’ come sentirsi a casa. Ed e’ per questo che vado spesso a visitare questi luoghi dove ho tanti amici che per me, oggi, sono diventati come fratelli.
Ho incontrato tanta gente nei Balcani, durante tutti i miei viaggi per lavoro o per turismo ma credo che i macedoni, in generale, siano un popolo che molto si avvicina al mio, pieno di passione ed accogliente con tutti.
Fare escursioni tra le verdi montagne del Pelister, sfidando la natura nei suoi percorsi piu’ avversi e’ stata un’emozione unica e che puo’ anche stancarti fisicamente e mentalmente ma una volta arrivati alla meta, in alto, il tuo cuore puo’ finalmente liberarsi in un respiro profondo e intenso.
Dopo aver speso tante energie in montagna e’ meglio andare a riprendere un po’ di energie: sedersi in una cafana e mangiare tanta buona carne, dopo aver gustato un bel piatto di insalata colorata, non ha prezzo! A questo gustoso ed abbondante banchetto non puo’ di certo mancare quello che per tradizione e’ la prima cosa che ti viene servita a tavola e che e’ la bevanda nazionale…la rakia. Di colore bianco o giallo, di frutta come ad esempio la prugna o l’uva ma anche di pera, pesca o more, la rakia non puo’ assolutamente mancare durante i pasti e spesso viene bevuta anche semplicemente come aperitivo nonostante il suo tasso alcolemico oscilli tra il 40% ed il 60%.
Cosi’ dopo aver mangiato e soddisfatto il proprio palato non resta che fare una bella passeggiata in quella che considero la perla di tutta la Macedonia, ossia la citta’ di Ocrida. Bella d’estate ma anche d’inverno Ocrida, inserita nella lista UNESCO come Patrimonio dell’umanita’, si trova sulle sponde di uno dei laghi piu’ antichi della terra, il Lago di Ocrida, appunto. Tra le bellezze storiche si possono osservare, in pieno centro, la Chiesa di Santa Sofia e il Monastero di Sveti Naum o ammirare i mosaici della basilica paleocristiana di Plaosnik.
Per finire la giornata non resta che andare a fare un salto a Skopje, la capitale attraversata dal fiume Vardar che divide in due la citta’, il centro dalla parte vecchia, la Stara Carsija, una tra le piu’ antiche e ben conservate dei Balcani.
La serata si conclude andando tra i locali del centro a bere l’immancabile rakia e sorseggiando un po’ di Skopsko, la famosa birra prodotta nella capitale, passeggiando tra fiumi di gente e musica, per una lunga serata che si prolunga fino all’alba.Immagine